Sarà il popolo delle mail, come ai
tempi della crisi della prima repubblica fu il popolo dei fax, a
decidere chi verrà incoronato candidato premier del centrosinistra?
A giudicare dalla timida apertura del regolamento delle primarie a
chi non ha partecipato al primo turno parrebbe di no, visto il
permanere di pali e paletti, ma sono ancora possibili sorprese, oggi
che, Grillo e Casaleggio insegnano, il mondo di internet offre
occasioni inedite rispetto al passato. Queste giornate fra il primo e
il secondo turno hanno visto l'emergere dello stato di sofferenza
della sinistra ortodossa, quella più combattiva, formatasi negli
anni della contestazione e cresciuta nella convinzione che una
maturazione democratica collettiva è possibile anche in tempi in cui
è venuta meno la crescita lineare e costante della società e
dell'economia; uno stato di sofferenza ben evidenziato dall'immagine
di Rossana Rossanda che lascia il Manifesto e da Nichi Vendola che,
ospite di Lilly Gruber, perde il filo della narrazione alta, quella
che guarda al futuro, rimanendo piegato sotto l'emergenza del
disastro dell'ILVA di Taranto e ridimensionato, nelle sue
aspirazioni, dal mancato raggiungimento del ballottaggio alle
primarie del centrosinistra. Oggi Vendola invita i suoi seguaci a
votare Bersani, ma meglio avrebbe fatto a lasciare la decisione al
libero convincimento di ognuno. Lo scenario cambia sul versante della
sinistra riformista, dove il confronto all'americana fra Matteo Renzi
e Pierluigi Bersani a Rai 1, ben condotto da Monica Maggioni, è
avvenuto in un clima meno depresso che alla tv di Mentana,
determinato dalla ferma convinzione dei protagonisti che sarà da
quella parte dello schieramento politico che verrà il futuro governo
del paese. Non è ancora, l'Italia disegnata dai due contendenti,
quella avviata a diventare un paese normale (se così fosse sarebbe
risultato vincente il programma innovativo di Laura Puppato) e di ciò
non possono non risentire i programmi dei due contendenti,
necessariamente piegati a compromessi dovuti all'arretratezza civile
del Paese. Bersani si è confermato, secondo la sua stessa
definizione, “l'usato sicuro” che indica al Paese una via
tranquilla da percorrere, che faccia tesoro dell'esperienza passata;
Matteo Renzi, più netto e meno diplomatico sulla necessità di un
cambio di marcia che comporta non poche rinunce alle consolidate
abitudini degli italiani, ancora fortemente invischiati in
corporativismi antichi. Ancora tra i punti di forza di Renzi, il
taglio netto al finanziamento pubblico dei partiti, un maggior
protagonismo in politica estera, l’autosufficienza dell'alleanza
di centrosinistra in politica interna, una forse ancor timida ma
significativa apertura ad uno sviluppo ecosostenibile del nostro
Paese. Gli appelli finali, quello di Bersani più declinato verso il
solidarismo, quello di Renzi spinto verso una modernità ispirata al
modello anglosassone, hanno messo ben in evidenza le due facce
della sinistra italiana che non da oggi si confrontano a viso aperto.
Una vittoria di misura, quella del sindaco di Firenze, che lascia ben
sperare per il futuro del Partito democratico, vero cantiere in
movimento.
Vincenzo Calì
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