giovedì 29 novembre 2012

Sarà il popolo delle mail, come ai tempi della crisi della prima repubblica fu il popolo dei fax, a decidere chi verrà incoronato candidato premier del centrosinistra? A giudicare dalla timida apertura del regolamento delle primarie a chi non ha partecipato al primo turno parrebbe di no, visto il permanere di pali e paletti, ma sono ancora possibili sorprese, oggi che, Grillo e Casaleggio insegnano, il mondo di internet offre occasioni inedite rispetto al passato. Queste giornate fra il primo e il secondo turno hanno visto l'emergere dello stato di sofferenza della sinistra ortodossa, quella più combattiva, formatasi negli anni della contestazione e cresciuta nella convinzione che una maturazione democratica collettiva è possibile anche in tempi in cui è venuta meno la crescita lineare e costante della società e dell'economia; uno stato di sofferenza ben evidenziato dall'immagine di Rossana Rossanda che lascia il Manifesto e da Nichi Vendola che, ospite di Lilly Gruber, perde il filo della narrazione alta, quella che guarda al futuro, rimanendo piegato sotto l'emergenza del disastro dell'ILVA di Taranto e ridimensionato, nelle sue aspirazioni, dal mancato raggiungimento del ballottaggio alle primarie del centrosinistra. Oggi Vendola invita i suoi seguaci a votare Bersani, ma meglio avrebbe fatto a lasciare la decisione al libero convincimento di ognuno. Lo scenario cambia sul versante della sinistra riformista, dove il confronto all'americana fra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani a Rai 1, ben condotto da Monica Maggioni, è avvenuto in un clima meno depresso che alla tv di Mentana, determinato dalla ferma convinzione dei protagonisti che sarà da quella parte dello schieramento politico che verrà il futuro governo del paese. Non è ancora, l'Italia disegnata dai due contendenti, quella avviata a diventare un paese normale (se così fosse sarebbe risultato vincente il programma innovativo di Laura Puppato) e di ciò non possono non risentire i programmi dei due contendenti, necessariamente piegati a compromessi dovuti all'arretratezza civile del Paese. Bersani si è confermato, secondo la sua stessa definizione, “l'usato sicuro” che indica al Paese una via tranquilla da percorrere, che faccia tesoro dell'esperienza passata; Matteo Renzi, più netto e meno diplomatico sulla necessità di un cambio di marcia che comporta non poche rinunce alle consolidate abitudini degli italiani, ancora fortemente invischiati in corporativismi antichi. Ancora tra i punti di forza di Renzi, il taglio netto al finanziamento pubblico dei partiti, un maggior protagonismo in politica estera, l’autosufficienza dell'alleanza di centrosinistra in politica interna, una forse ancor timida ma significativa apertura ad uno sviluppo ecosostenibile del nostro Paese. Gli appelli finali, quello di Bersani più declinato verso il solidarismo, quello di Renzi spinto verso una modernità ispirata al modello anglosassone, hanno messo ben in evidenza le due facce della sinistra italiana che non da oggi si confrontano a viso aperto. Una vittoria di misura, quella del sindaco di Firenze, che lascia ben sperare per il futuro del Partito democratico, vero cantiere in movimento.
Vincenzo Calì


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