giovedì 6 dicembre 2012

primarie sempre


Correva l’anno 1968 e noi, giovani della generazione postbellica, giunti alla maggiore età, chiamati per la prima volta al voto ( la maggiore età si raggiungeva allora a 21 anni) trovammo sulla scheda elettorale nomi di candidati scelti dai partiti e avemmo, grazie alle preferenze, un margine seppur minimo di libertà di scelta. Per chi scrive la preferenza cadde su Lelio Basso, candidatosi a Milano indipendente nelle liste del PCI, il partito che, dopo vari tentennamenti, aveva con Luigi Longo deciso in quella primavera di contestazione di assecondare la legittima protesta studentesca. Seguirono gli anni del compromesso storico di Enrico Berlinguer, proposta, convincente e necessaria nell’Italia devastata dalla strategia della tensione e dal terrorismo, per la quale il voto era dato senza se e senza ma dalle persone responsabili, senza troppo sottilizzare sul chi e sul come venivano presentate le candidature. Il sorpasso della Dc, nel fatidico 1976 non vi fu, e da allora il declino della prima repubblica iniziò, per divenire inarrestabile nel decennio successivo, quello che portò al crollo del sistema politico basato sulle preferenze come voto di scambio, giustamente contrastato dai referendum del comitato Segni. L’esito dei due referendum che portarono alla preferenza unica e alla cancellazione del sistema proporzionale, cadute insieme al muro di Berlino anche le idealità che avevano contraddistinto la politica italiana, aprirono il varco alla seconda repubblica e al trionfo del plebiscitarismo berlusconiano con l’esito finale del “Porcellum” con il quale i cittadini hanno finito per essere totalmente espropriati del diritto di incidere sulle candidature alla Camera e al Senato. Oggi, da cittadini responsabili, in larga maggioranza abbiamo continuato a recarci alle urne nella speranza che si esaurisse in fretta la fase transitoria della seconda repubblica e si riprendesse, come in tutti i paesi democratici, il corretto rapporto fra eletti ed elettori. Così non è stato, nonostante l’invito rivolto al Parlamento un anno fa dal Capo dello Stato a varare una nuova legge elettorale. Forse per le prima volta, in assenza di primarie per la scelta dei candidati a Camera e Senato, difficili da tenersi e per i tempi troppo stretti che ci separano dalla data del voto (febbraio 2013?) e per il probabile sovrapporsi di scadenze elettorali nazionali e locali imposte dal PDL sotto la minaccia di far cadere il governo Monti, chi non ha mai disertato le urne in quarant’anni sarà spinto a farlo. Come avvenne ai tempi del travagliato primo dopoguerra, quelli dell’avvento del fascismo e dei tremebondi partiti popolari di massa, bisognerà rispolverare, in attesa della rivoluzione liberale sognata da Piero Gobetti, la scelta che fu operata da Giuseppe Prezzolini con la sua società degli Apoti (quelli che non la bevono, e non hanno intenzione di portare acqua al mulino dei notabili del nuovo millennio).
Dispiace che il centrosinistra, pur consapevole dell’avvicinarsi della chiamata alle urne, si sia limitato a proporre delle primarie per la scelta del candidato premier senza estenderle anche alla scelta dei candidati a Camera e Senato. Sappiamo sin da ora che, se primarie non vi saranno in tempi rapidi, si apriranno ampie praterie ai corsari del plebiscitarismo, di destra o di sinistra che siano, supportati o meno dai moderni strumento informatici e da robusti interessi finanziari, ed a poco servirà piangere sul latte versato; una caduta di partecipazione alle scelte per le politiche nazionali non sarà un buon viatico per le scadenze autunnali che ci aspettano, per le quali è prevedibile che una mancata consultazione popolare attraverso le primarie porterà all’elezione di un governatore debole e ancora condizionato da logiche partitocratiche.
Vincenzo Calì

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