Correva l’anno 1968 e
noi, giovani della generazione postbellica, giunti alla maggiore età,
chiamati per la prima volta al voto ( la maggiore età si raggiungeva
allora a 21 anni) trovammo sulla scheda elettorale nomi di candidati
scelti dai partiti e avemmo, grazie alle preferenze, un margine
seppur minimo di libertà di scelta. Per chi scrive la preferenza
cadde su Lelio Basso, candidatosi a Milano indipendente nelle liste
del PCI, il partito che, dopo vari tentennamenti, aveva con Luigi
Longo deciso in quella primavera di contestazione di assecondare la
legittima protesta studentesca. Seguirono gli anni del compromesso
storico di Enrico Berlinguer, proposta, convincente e necessaria
nell’Italia devastata dalla strategia della tensione e dal
terrorismo, per la quale il voto era dato senza se e senza ma dalle
persone responsabili, senza troppo sottilizzare sul chi e sul come
venivano presentate le candidature. Il sorpasso della Dc, nel
fatidico 1976 non vi fu, e da allora il declino della prima
repubblica iniziò, per divenire inarrestabile nel decennio
successivo, quello che portò al crollo del sistema politico basato
sulle preferenze come voto di scambio, giustamente contrastato dai
referendum del comitato Segni. L’esito dei due referendum che
portarono alla preferenza unica e alla cancellazione del sistema
proporzionale, cadute insieme al muro di Berlino anche le idealità
che avevano contraddistinto la politica italiana, aprirono il varco
alla seconda repubblica e al trionfo del plebiscitarismo
berlusconiano con l’esito finale del “Porcellum” con il quale i
cittadini hanno finito per essere totalmente espropriati del diritto
di incidere sulle candidature alla Camera e al Senato. Oggi, da
cittadini responsabili, in larga maggioranza abbiamo continuato a
recarci alle urne nella speranza che si esaurisse in fretta la fase
transitoria della seconda repubblica e si riprendesse, come in tutti
i paesi democratici, il corretto rapporto fra eletti ed elettori.
Così non è stato, nonostante l’invito rivolto al Parlamento un
anno fa dal Capo dello Stato a varare una nuova legge elettorale.
Forse per le prima volta, in assenza di primarie per la scelta dei
candidati a Camera e Senato, difficili da tenersi e per i tempi
troppo stretti che ci separano dalla data del voto (febbraio 2013?) e
per il probabile sovrapporsi di scadenze elettorali nazionali e
locali imposte dal PDL sotto la minaccia di far cadere il governo
Monti, chi non ha mai disertato le urne in quarant’anni sarà
spinto a farlo. Come avvenne ai tempi del travagliato primo
dopoguerra, quelli dell’avvento del fascismo e dei tremebondi
partiti popolari di massa, bisognerà rispolverare, in attesa della
rivoluzione liberale sognata da Piero Gobetti, la scelta che fu
operata da Giuseppe Prezzolini con la sua società degli Apoti
(quelli che non la bevono, e non hanno intenzione di portare acqua al
mulino dei notabili del nuovo millennio).
Dispiace che il
centrosinistra, pur consapevole dell’avvicinarsi della chiamata
alle urne, si sia limitato a proporre delle primarie per la scelta
del candidato premier senza estenderle anche alla scelta dei
candidati a Camera e Senato. Sappiamo sin da ora che, se primarie non
vi saranno in tempi rapidi, si apriranno ampie praterie ai corsari
del plebiscitarismo, di destra o di sinistra che siano, supportati o
meno dai moderni strumento informatici e da robusti interessi
finanziari, ed a poco servirà piangere sul latte versato; una caduta
di partecipazione alle scelte per le politiche nazionali non sarà un
buon viatico per le scadenze autunnali che ci aspettano, per le quali
è prevedibile che una mancata consultazione popolare attraverso le
primarie porterà all’elezione di un governatore debole e ancora
condizionato da logiche partitocratiche.
Vincenzo Calì
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