Riprendendo la metafora calcistica utilizzata da Alberto Faustini nell’editoriale di domenica
scorsa sul "Trentino", potremmo dire che è sicuramente vero che alla squadra della sinistra,
povera di titolari, Dellai ha prestato alcuni dei suoi: con quella robusta
iniezione il PD ha potuto vincere la gara per il governo dell’autonomia. Ora
che va in campo la sfida delle sfide, la gara a chi guiderà il governo del
Paese negli anni della crisi, non ci si deve meravigliare se il governatore del
Trentino, pronto ad entrare a centro campo per dare ossatura alla squadra del
centrosinistra, trovandosi costretto a restare in panchina, reagisca aspramente
prendendosela con il segretario del PD trentino, andando come suo carattere oltre
misura, resuscitando così antiche polemiche (socialisti della Cattedra contro militanti
operai). Per vincere la partita vera, le “secondarie”, come le ha chiamate un
noto dirigente del PD, bisogna che nel Trentino alle primarie per Camera e Senato scendano in campo,
candidandosi, i titolari e non le riserve, onde evitare di perderle, le
secondarie di fine febbraio. Dellai ha più volte dichiarato che intende giocare
per una sola squadra, il centrosinistra, e che non tirerà mai il pallone nella
propria porta. Bene, reclutiamolo, meglio per la Camera dove, se anche una improvvisa amnesia dovesse portarlo
a tirare sulla propria porta, il danno sarebbe irrilevante, visto il premio di
maggioranza di cui godrà il governo Bersani in quel ramo del Parlamento. Non fu
questa la profferta a Lorenzo Dellai del vicesegretario del PD Enrico Letta? Lo
scenario attualmente determinatosi con le dimissioni del governo tecnico
guidato da Mario Monti e il contemporaneo dissolversi come neve al sole del
neocentrismo italico, spazzato via dal rientro nel campo di gioco del
Presidente (calcisticamente parlando) Berlusconi, esige un centrocampo
rinforzato della squadra che deve rappresentare “L’agenda Italia”, cioè il
centrosinistra bersaniano. La garanzia che noi elettori del centrosinistra
chiediamo, è che la squadra complessivamente intesa, fra Camera e Senato, non
risulti composta da brocchi che pur avendo frequentato a lungo i campi di
gioco, in fase conclusiva si comportino come il giovane Trapattoni, che ricordo
a S. Siro campione nel mancare sistematicamente la porta. Nella sfida che ci
aspetta non dobbiamo dimenticare che le squadre che si fronteggiano saranno
composte per metà al femminile e che da questo punto di vista la capacità di
reclutamento del centrosinistra si devono affinare, magari chiedendo ad alcune
titolari di rinunciare alla partita provinciale per quella, ben più
impegnativa, delle nazionali. Buone primarie a tutti.
domenica 16 dicembre 2012
giovedì 6 dicembre 2012
primarie sempre
Correva l’anno 1968 e
noi, giovani della generazione postbellica, giunti alla maggiore età,
chiamati per la prima volta al voto ( la maggiore età si raggiungeva
allora a 21 anni) trovammo sulla scheda elettorale nomi di candidati
scelti dai partiti e avemmo, grazie alle preferenze, un margine
seppur minimo di libertà di scelta. Per chi scrive la preferenza
cadde su Lelio Basso, candidatosi a Milano indipendente nelle liste
del PCI, il partito che, dopo vari tentennamenti, aveva con Luigi
Longo deciso in quella primavera di contestazione di assecondare la
legittima protesta studentesca. Seguirono gli anni del compromesso
storico di Enrico Berlinguer, proposta, convincente e necessaria
nell’Italia devastata dalla strategia della tensione e dal
terrorismo, per la quale il voto era dato senza se e senza ma dalle
persone responsabili, senza troppo sottilizzare sul chi e sul come
venivano presentate le candidature. Il sorpasso della Dc, nel
fatidico 1976 non vi fu, e da allora il declino della prima
repubblica iniziò, per divenire inarrestabile nel decennio
successivo, quello che portò al crollo del sistema politico basato
sulle preferenze come voto di scambio, giustamente contrastato dai
referendum del comitato Segni. L’esito dei due referendum che
portarono alla preferenza unica e alla cancellazione del sistema
proporzionale, cadute insieme al muro di Berlino anche le idealità
che avevano contraddistinto la politica italiana, aprirono il varco
alla seconda repubblica e al trionfo del plebiscitarismo
berlusconiano con l’esito finale del “Porcellum” con il quale i
cittadini hanno finito per essere totalmente espropriati del diritto
di incidere sulle candidature alla Camera e al Senato. Oggi, da
cittadini responsabili, in larga maggioranza abbiamo continuato a
recarci alle urne nella speranza che si esaurisse in fretta la fase
transitoria della seconda repubblica e si riprendesse, come in tutti
i paesi democratici, il corretto rapporto fra eletti ed elettori.
Così non è stato, nonostante l’invito rivolto al Parlamento un
anno fa dal Capo dello Stato a varare una nuova legge elettorale.
Forse per le prima volta, in assenza di primarie per la scelta dei
candidati a Camera e Senato, difficili da tenersi e per i tempi
troppo stretti che ci separano dalla data del voto (febbraio 2013?) e
per il probabile sovrapporsi di scadenze elettorali nazionali e
locali imposte dal PDL sotto la minaccia di far cadere il governo
Monti, chi non ha mai disertato le urne in quarant’anni sarà
spinto a farlo. Come avvenne ai tempi del travagliato primo
dopoguerra, quelli dell’avvento del fascismo e dei tremebondi
partiti popolari di massa, bisognerà rispolverare, in attesa della
rivoluzione liberale sognata da Piero Gobetti, la scelta che fu
operata da Giuseppe Prezzolini con la sua società degli Apoti
(quelli che non la bevono, e non hanno intenzione di portare acqua al
mulino dei notabili del nuovo millennio).
Dispiace che il
centrosinistra, pur consapevole dell’avvicinarsi della chiamata
alle urne, si sia limitato a proporre delle primarie per la scelta
del candidato premier senza estenderle anche alla scelta dei
candidati a Camera e Senato. Sappiamo sin da ora che, se primarie non
vi saranno in tempi rapidi, si apriranno ampie praterie ai corsari
del plebiscitarismo, di destra o di sinistra che siano, supportati o
meno dai moderni strumento informatici e da robusti interessi
finanziari, ed a poco servirà piangere sul latte versato; una caduta
di partecipazione alle scelte per le politiche nazionali non sarà un
buon viatico per le scadenze autunnali che ci aspettano, per le quali
è prevedibile che una mancata consultazione popolare attraverso le
primarie porterà all’elezione di un governatore debole e ancora
condizionato da logiche partitocratiche.
Vincenzo Calì
giovedì 29 novembre 2012
Sarà il popolo delle mail, come ai
tempi della crisi della prima repubblica fu il popolo dei fax, a
decidere chi verrà incoronato candidato premier del centrosinistra?
A giudicare dalla timida apertura del regolamento delle primarie a
chi non ha partecipato al primo turno parrebbe di no, visto il
permanere di pali e paletti, ma sono ancora possibili sorprese, oggi
che, Grillo e Casaleggio insegnano, il mondo di internet offre
occasioni inedite rispetto al passato. Queste giornate fra il primo e
il secondo turno hanno visto l'emergere dello stato di sofferenza
della sinistra ortodossa, quella più combattiva, formatasi negli
anni della contestazione e cresciuta nella convinzione che una
maturazione democratica collettiva è possibile anche in tempi in cui
è venuta meno la crescita lineare e costante della società e
dell'economia; uno stato di sofferenza ben evidenziato dall'immagine
di Rossana Rossanda che lascia il Manifesto e da Nichi Vendola che,
ospite di Lilly Gruber, perde il filo della narrazione alta, quella
che guarda al futuro, rimanendo piegato sotto l'emergenza del
disastro dell'ILVA di Taranto e ridimensionato, nelle sue
aspirazioni, dal mancato raggiungimento del ballottaggio alle
primarie del centrosinistra. Oggi Vendola invita i suoi seguaci a
votare Bersani, ma meglio avrebbe fatto a lasciare la decisione al
libero convincimento di ognuno. Lo scenario cambia sul versante della
sinistra riformista, dove il confronto all'americana fra Matteo Renzi
e Pierluigi Bersani a Rai 1, ben condotto da Monica Maggioni, è
avvenuto in un clima meno depresso che alla tv di Mentana,
determinato dalla ferma convinzione dei protagonisti che sarà da
quella parte dello schieramento politico che verrà il futuro governo
del paese. Non è ancora, l'Italia disegnata dai due contendenti,
quella avviata a diventare un paese normale (se così fosse sarebbe
risultato vincente il programma innovativo di Laura Puppato) e di ciò
non possono non risentire i programmi dei due contendenti,
necessariamente piegati a compromessi dovuti all'arretratezza civile
del Paese. Bersani si è confermato, secondo la sua stessa
definizione, “l'usato sicuro” che indica al Paese una via
tranquilla da percorrere, che faccia tesoro dell'esperienza passata;
Matteo Renzi, più netto e meno diplomatico sulla necessità di un
cambio di marcia che comporta non poche rinunce alle consolidate
abitudini degli italiani, ancora fortemente invischiati in
corporativismi antichi. Ancora tra i punti di forza di Renzi, il
taglio netto al finanziamento pubblico dei partiti, un maggior
protagonismo in politica estera, l’autosufficienza dell'alleanza
di centrosinistra in politica interna, una forse ancor timida ma
significativa apertura ad uno sviluppo ecosostenibile del nostro
Paese. Gli appelli finali, quello di Bersani più declinato verso il
solidarismo, quello di Renzi spinto verso una modernità ispirata al
modello anglosassone, hanno messo ben in evidenza le due facce
della sinistra italiana che non da oggi si confrontano a viso aperto.
Una vittoria di misura, quella del sindaco di Firenze, che lascia ben
sperare per il futuro del Partito democratico, vero cantiere in
movimento.
Vincenzo Calì
martedì 27 novembre 2012
“forse il vero Pd è questo qui. Ovviamente, molto potrebbe ancora cambiare, al secondo turno se, come in ogni competizione simile, la partita fosse davvero aperta, e non si pretendesse (del tutto incomprensibilmente) di chiudere il recinto della partecipazione a chi ha già votato.” Con questo commento l'editorialista della Stampa di Torino si riferisce al partito che, dietro la forza tranquilla dell'usato sicuro di Bersani, si appresta a prendere in mano le redini del Paese in compagnia delle forze centriste secondo un copione già scritto. Qui si sta scherzando con il fuoco: se la competizione, partita con il piede giusto, quello di una vera gara, dovesse al secondo turno trasformarsi nell'ennesima ratifica di decisioni già prese a monte, si metterebbe a rischio la tenuta stessa del Partito democratico, ricacciandolo indietro ai tempi dei falliti governi di centrosinistra. In queste ore la rete è intasata dalle ironiche giustificazioni di quanti, non avendo partecipato al primo turno, intendono presentarsi ai seggi domenica prossima. Una giustificazione fra le tante (verosimile con i tempi che corrono) è quella di aver dovuto attendere il 26, giorno di paga, per poter uscire di casa (twitter).A noi dei comitati a sostegno di Laura Puppato, che nella nostra città di Trento ha ottenuto un significativo 6 % ( a dimostrazione che chi spera in un diverso modello di sviluppo non intende lasciare il campo ) interessava che i due candidati al ballottaggio si esprimessero sulle politiche ambientali per poi decidere per chi votare. Se viceversa, a differenza di ciò che avviene in tutti i sistemi a doppio turno, si vuol impedire a chi, e sono milioni di persone, avendo votato centrosinistra in passato, di fronte ad una competizione vera, hanno un ripensamento rispetto all'astensione e intendono far valere il proprio voto al ballottaggio, vengono meno i presupposti per una partecipazione al voto. Per chi ha a cuore le regole democratiche esistono delle precondizioni irrinunciabili ( come quella che, in assenza di modifiche al “Porcellum”le primarie sono d'obbligo per la scelta dei candidati alle elezioni politiche) senza il rispetto delle quali la non partecipazione al voto diventa una forma di difesa civile. Meditino pure in queste ore i saggi (purché non si limitino alle battute sui biglietti di viaggio come pezze giustificative dell'assenza al primo turno) ma non prendano decisioni tali da mettere a repentaglio lo straordinario risultato di partecipazione che si è avuto al primo turno. L'antica Roma insegna ai notabili che abusare della pazienza del popolo può avere serie conseguenze....
Vincenzo Calì
giovedì 15 novembre 2012
primarie trentine e italiane
- Troppa grazia sant'Antonio, afferma Alberto Faustini nel suo editoriale di domenica, a proposito dell'affollamento di candidati alla successione di Dellai, quasi in risposta all'invito fatto il giorno prima da Piergiorgio Cattani ad intraprendere un percorso alla camomilla sulle primarie; io oserei di più.Terminata la fatica delle primarie nazionali del centrosinistra ( un quasi congresso del PD, come è giusto che debba essere ), a partire dal 3 dicembre sarà il caso di pensare alle successive scadenze: la scelta dei candidati a Camera e Senato, alla carica di Governatore del Trentino e al Consiglio provinciale. Candidati di che? Ovviamente del Partito democratico, in quanto porcellum o non porcellum si va ormai decisamente verso il bipartitismo, grazie anche alle scelte in quella direzione che stanno maturando nel centrodestra. Il segnale arrivato dalla Sicilia è inequivocabile: assorbite dal movimento 5 stelle le varie istanze di protesta radicale è al PD, forza di maggioranza relativa, che spetta l'onore e l'onere di governare. In Trentino, specularmente alla Sicilia ( ricordate la vicenda della Rete, con l'asse Orlando- Palermo?) l'urgenza delle primarie nasce dal fatto che è necessaria una verifica sul grado di consenso che l'azione del PD e del suo esponente di punta Alberto Pacher ha riscosso e riscuote attualmente nel Trentino. Come sostiene Tonini nel suo recente "L'Italia dei democratici"a ridosso della competizione elettorale non vi sono che congressi e primarie per galvanizzare gli elettori. Intanto si facciano pure avanti, nella competizione, quelli che hanno avuto esperienza amministrativa: il sindaco di Trento Andreatta ad esempio, che da piazza Dante potrebbe difendere il ruolo di Trento capitale più che dagli scranni di palazzo Thunn, sarebbe un ottimo candidato per le primarie a governatore.Una bella gara ad esempio con Donata Borgonovo, con un lagarino doc come Olivi, un giudicariese tosto come Olivieri e il capogruppo provinciale Luca Zeni rinsanguerebbe il partito. Si abbandoni in fretta la stucchevole discussione sul tavolo della vecchia maggioranza di centrosinistrautonomista e si parli finalmente di contenuti
- e di un modello alternativo di sviluppo (qualcuno si è preso la briga di leggere i concreti punti programmatici indicati da Laura Puppato?). Per il Senato della Repubblica sarebbe auspicabile organizzare competizioni con il rispetto di genere, catapultando nella gara a ricercare tramite primarie il grado di consenso fra i cittadini elettori di centrosinistra goduto da consiglieri provinciali uscenti, ex parlamentari, società civile, per verificare, valle per valle, città per città, quanto sia stato forte il loro radicamento; competizione comunque aperta, per cui ai vari contendenti un bel bagno di italianità nella gara per Roma contro i contendenti nuovi che si affacciano ai Palazzi non guasterebbe. Per la Camera è oggettivamente necessario attendere la definizione della legge elettorale. Questione di settimane, poi anche lì, fra deputati uscenti, militanti attivi e società civile, a partire dal segretario Nicoletti, una gara aperta attraverso le primarie sarebbe un ottimo ricostituente per un partito, il PD, ultimamente piuttosto anemico. Non era questo lo spirito del Lingotto? Se poi il risultato dovesse essere che i candidati, così scelti alle primarie, alla prova del voto di primavera e di autunno dovessero risultare perdenti, un PD del Trentino all'opposizione non sarebbe poi un dramma. In passato, ai tempi della DC trionfante, Mario Raffaelli può confermarlo, l'opposizione democratica seppe comunque svolgere un lavoro di critica costruttiva nei settori strategici per la crescita del Trentino. Avanti quindi, senza rivolgere la testa all'indietro con il nostalgico richiamo alla centralità degasperiana come perno delle alleanze di governo.
- Vincenzo Calì
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