Ora fra "Ciusi e Gobi" la questione di chi si porta a casa la fetta migliore di polenta si fa seria. Se per i discendenti cimbri dei comuni finitimi del vicentino (sette comuni) per il migliaio di produttori di fagioli di Lamon, per i quattro nostalgici del cortinese, la faccenda poteva essere liquidata con una manciata di euro concessa dalla PAT, per l'intera provincia di Belluno suona un'altra campana. Non è più come ai tempi delle Ciode, quando le contadine feltrine scendevano in piazza Duomo a Trento ad elemosinare un lavoro: ora i nodi del federalismo all'italiana vengono al pettine. I veneti dell'area prealpina, dopo l'ubriacatura leghista, risvegliatisi con un gran mal di testa, guardano al Nord senza se e senza ma; "dicono a nuora (il Trentino) perchè suocera (il Tirolo) intenda". D'altronde, non sono i primierotti stessi incerti della loro identità? A guerra finita circolava questo volantino sotto le Pale di San Martino: "Tirolesi i nostri padri, tirolesi i figli ancor, la nazion di tanti ladri respingiamo con orror.." Confini labili, quelli del Trentino: ora i referendari bellunesi che chiedono l'annessione alla nostra Regione sostengono che è "Trentino"l'intera area dolomitica, bellunese incluso. Che Cortina abbia fatto parte amministrativamente del Trentino per un triennio è cosa nota, ma si trattò del primo dopoguerra, che è preistoria; ora che si parla di regioni europee transfrontaliere, l'allargamento del Trentino è un anacronismo. Che di una vasta regione delle Alpi centrali il Trentino faccia parte come il Tirolo, l'area ladina e il Grigioni è fuori di dubbio, ora che siamo riconosciuti come "patrimonio dell'umanità". Si tratta di mettere d'accordo tre Stati, Svizzera, Italia ed Austria, Cantoni e Provincie, Comuni e Comunità di valle, storiche capitali come Trento ed Innsbruck. Che i confini siano ormai, nell'Europa comunitaria, fili di seta come sosteneva Magnago è senz'altro vero, trovare "la quadra" come direbbe Bossi, di una nuova regione europea che non sia il rifugio di tutti i nostalgici del Sacro Romano Impero, è cosa da far tremare i polsi anche ai granitici governatori di casa nostra.Forse, più che a colpi di referendum, il riassetto territoriale dovrebbe avvenire per vie autenticamente federaliste, che non sono nè quelle bossiane nè quelle degli autonomisti ruspanti di casa nostra. Come sostenevano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli ai tempi del manifesto di Ventotene, Costituzione europea, partiti europei, popoli e nazioni in una prularità di livelli di autogoverno che si intrecciano fra loro. Cominciamo, per l'arco alpino, a difenderne le peculiarità naturali, d'intesa con i movimenti ecologisti europei avanziamo su terreni nuovi, l'intendenza, con le sue logiche economico-fiscali, seguirà.
mercoledì 12 gennaio 2011
domenica 9 gennaio 2011
dolomiti
Il bollettino meteo annuncia forti turbolenze sul nord-est alpino, dopo più di trent’anni di sostanziale stabilità dell’ assetto istituzionale fra Trento, Bolzano e Venezia. Bolzano vuole due regioni (Trento e Bolzano) , Venezia minaccia di rimettere in discussione il “frame”, il quadro territoriale stabilizzato dagli accordi Degasperi Gruber del 1946, i ladini delle tre provincie di Trento, Bolzano e Belluno premono a colpi di referendum per una riunificazione della regione dolomitica, gli abitanti degli altipiani girano le spalle al Veneto e tornano a guardare alle strade che percorreva il loro antenato Tönle. Un po’ di storia e molta economia possono darci una ragione del perché di queste turbolenze.
Cesare Battisti, nei suoi studi geografici, disegnava più di un secolo fa una mappa della lingua parlata intorno al gruppo del Sella a cerchi concentrici: il primo cerchio, quello del ladino puro, abbracciava l’area fassana, gardenese, marebbana, badiota e livinalese, il secondo cerchio, quello degli idiomi ladini misti, includeva tutto il bacino del Noce, la parte media ed inferiore del bacino dell’Avisio, la valle Rendena, la Venosta, la Pusteria e l’Ampezzano. Per le popolazioni di origine germanica egli individuava un terzo cerchio che comprendeva a nord le zone compattamente tedesche dell’Isarco e dei suoi affluenti e a sud le isole linguistiche degli altipiani dei sette comuni vicentini e dei tredici comuni veronesi. Il cozzo violento fra i nazionalismi italiano e tedesco di inizio novecento e l’assetto territoriale seguito al primo conflitto mondiale ( la separazione in tre province della stessa area ladina pura, il rifiuto di una distinta autonomia territoriale alle popolazioni tedesche compatte, la negazione dell’esistenza stessa di isole linguistiche tedesche) hanno di fatto negato alla radice qualsiasi forma di governo autonomo, per il quale si sono dovuti aspettare l’accordo Degasperi-Gruber del 1946. solo in parte applicato, e le riforme costituzionali del 1972 e del 2001.
Non c’è da stupirsi se in epoca di federalismi dichiarati ad ogni piè sospinto si stia mettendo in moto un processo, inverso a quello degli ultimi due secoli, teso a ricomporre ciò che i nazionalismi avevano scomposto: le identità ladina e tedesca. Poiché da questo processo emerge, con buona pace dei costituenti del ’48, la labilità di due regioni (Veneto e Trentino- Alto Adige) e la concretissima realtà di ben cinque provincie (Trento, Bolzano, Belluno, Vicenza e Verona) i Presidenti di queste ultime farebbero bene a stipulare in tempi rapidi un patto di consultazione permanente, senza farsi frenare dalla diversità del loro diverso assetto istituzionale ( speciali e ordinarie). Lo scontro muscolare in atto fra Galan e Durnwalder pare l’approccio meno adatto alla complessità del problema; l’atteggiamento cauto e riflessivo del governatore del Trentino di fronte ai recenti pronunciamenti referendari pare viceversa quello più adatto ad affrontare la questione: procedere pragmaticamente, senza lasciarsi condizionare in modo paralizzante dagli assetti istituzionali, affrontando con risorse finanziarie adeguate le problematiche delle aree più svantaggiate della montagna dell’area prealpina, nuovamente a rischio di spopolamento come nel passato ( impressionanti i dati evidenziati dal Toniolo per l’area pedemontana negli anni trenta del secolo scorso) . Perché il dato economico, quello che viene chiamato in causa per irridere ai recenti pronunciamenti referendari, ci dice che le possibilità di vita e di lavoro per le popolazioni dell’area prealpina si stanno sensibilmente riducendo per il venir meno delle entrate derivanti da un modello turistico ormai desueto ( quello per intenderci del mordi e fuggi automobilistico, delle seconde case, della cementificazione selvaggia, del saccheggio delle risorse naturali) . Un nuovo patto di solidarietà fra le popolazioni alpine al di là delle differenze linguistiche parrebbe il modo più sensato per affrontare una così delicata questione; questo patto di solidarietà territoriale è però incompatibile con le artificiose divisioni politiche che compongono il quadro attuale. Il buon governo, alla luce dei seri problemi economici e sociali alle porte, esige anche un comune sentire politico di cui non vi è traccia all’orizzonte. Sarebbe bene che le fazioni deponessero le armi, per altro alquanto spuntate, rinviando a tempi migliori la dialettica dello scontro, quella che parte dal presupposto sbagliato di un’autosufficienza della propria parte ( che sia la sinistra, il centro, la destra , o gli autonomisti doc poco cambia). In attesa che i nostri vicini rinsaviscano, partire dal Trentino in quest’opera di responsabilizzazione civica potrebbe essere un primo passo, non fosse altro per il maggior pericolo che corrono le genti di qui di tornare ad essere “volgo disperso che nome non ha”.
Vincenzo Calì
sabato 8 gennaio 2011
Trentino - Italia - Europa. Il federalismo che verrà
Sul “Corriere” Ernesto Galli della Loggia scrive della crisi della sinistra e del suo tentativo fallimentare di uscirne seguendo la “narrazione” vendoliana. Pericolo, quello di sognare, che rischiamo di correre anche qui in Trentino, dove l’esperimento dellaiano, che avrebbe dovuto tenerci al riparo da derive minoritarie, non è stato ben compreso. Il partito democratico del Trentino è in affanno, urge un cambio deciso di rotta, pena la sua marginalizzazione. Di riforme abbiamo estremo bisogno e per cominciare ad impostarle ci vuole una costituente che si ponga come traguardo il superamento non in tempi biblici delle attuali anacronistiche compartimentazioni (partiti e partitini). Ci vuole concordia e condivisione di intenti: il nostro “partito della nazione trentina” deve veder convergere tutti nell’opera di salvaguardia delle forme di autogoverno fin qui conquistate e fare del Trentino un modello per altre realtà regionali più arretrate. Basta distinguo interni ai microgruppi del centrosinistra autonomista: unico portavoce verso la cittadinanza, operosità in campo legislativo, freno alla visibilità personale, stop ai carrierismi di qualsiasi tipo. Abbiamo un buon documento programmatico del Presidente della Giunta, concentriamoci sulla sua concretizzazione.
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