domenica 2 giugno 2013

 Sono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Walter Micheli, ed è ora di tornare a quelle che erano le parole d’ordine di “Costruire comunità” , il movimento da lui creato nel 2001 e che aveva come parola d’ordine “partecipazione di molti, non decisioni di pochi”. L’appello di allora (vogliamo che si torni ad amare la politica, strumento essenziale di trasformazione e di partecipazione civile) va ripreso con forza insieme all’articolato ed attualissimo programma di quel movimento, nato con il nuovo secolo, e a cui in tanti avevamo convintamente aderito.
Solo così il pensiero democratico riconquisterà il primato che oggi ha perduto, come conferma anche l’esito del voto a Pergine, la terza città del Trentino. Che il percorso fondativo del Partito democratico, che in Trentino trovava il terreno già dissodato dall’azione di pionieri come Micheli, non si sarebbe presentato come una tranquilla passeggiata era ben presente fin dai tempi del Lingotto e infatti fu proprio Veltroni a sperimentarne sulla propria pelle le non poche difficoltà. La mancata elezione di Romano Prodi, tessera numero uno del PD, alla Presidenza della Repubblica, è un’altra battuta d’arresto del processo costituente, insieme alla dura prova per il Partito rappresentata dalla forzata rinuncia alla candidatura del proprio segretario a capo del governo, minando così uno dei pilastri fondamentali (insieme alle primarie) dello statuto. Oggi, a livello nazionale, si discute se continuare sulla stessa strada o se è il caso di imboccarne un’altra. Ci vorrà il congresso, e già si delineano le possibili alternative e si discute di continuità/discontinuità rispetto al processo nato a metà del decennio scorso. Pare, dalle parole di Sergio Chiamparino e Walter Veltroni e dalle aperture di Matteo Renzi, che non sia perduta la prospettiva del Partito inclusivo, con vocazione maggioritaria, teso a portare anche l’Italia nel campo tendenzialmente bipolare delle democrazie occidentali. Le scelte della SPD tedesca, la più antica socialdemocrazia del continente, che sembrano andare in quella direzione, ci incoraggiano a pensare che quella prospettiva sia ancora aperta. Nel nostro Trentino poi, dove il ritardo nell’avvio del partito democratico ha coinciso con una sperimentazione, quella dell’alleanza di centro sinistra autonomista, che ha dato buoni frutti (la nostra è la realtà in cui più ampia è stata l’affermazione elettorale di “Italia bene comune” alle recenti elezioni) si presenta l’occasione per un balzo in avanti, verso la nascita di un partito territoriale, possibilmente confederato con il PD nazionale, in grado di rispondere alla domanda di unità d’intenti che l’elettorato sempre più prepotentemente richiede, unità d’intenti senza la quale suonerebbe velleitario avanzare richieste di ulteriori sacrifici ai cittadini. Materia questa, del partito confederato, che sarà all’ordine del giorno del congresso, che sarà bene tenere all’avvio della stagione autunnale. Nel frattempo va salvaguardato quanto di buono si è fatto negli ultimi anni in un Trentino isola felice attorniata da un mare di leghismo che dalle pianure ha finito per lambire anche i confini del nostro territorio; per far questo, preso atto della rinuncia di Alberto Pacher e della decisone del segretario Michele Nicoletti di non avvalersi della possibilità di candidarsi lui stesso come lo statuto prevederebbe, non si deve rinunciare alla scelta del candidato governatore attraverso primarie, indette da una coalizione larga, capace di includere tutte le positive esperienze maturate negli ultimi tempi. Il grado di integrazione ed affiatamento fra le forze politiche che hanno contribuito al buon governo dei territori, pur con limiti e manchevolezze che non si possono negare, consentono una campagna di primarie caratterizzate dalla leale competizione fra candidati espressione di forze politiche che hanno maturato un comune sentire lungo il loro cammino. Dovrebbe anzi risultare di una logica stringente il realizzarsi di una reciproca contaminazione per la quale sarà naturale per i candidati alle primarie pescare indistintamente nell’elettorato dell’intera coalizione. Pare, dalle dichiarazioni dell’ex governatore Dellai, che del processo di maturazione di uno spirito democratico diffuso è stato il principale attore, che il passaggio per le primarie di coalizione al posto di un’investitura diretta finisca secondo lui per portare alla rottura dell’alleanza democratica che sta dando promettenti risultati. Si tratta di una paura fuori luogo che, se fosse vera, implicherebbe un giudizio negativo sulla stessa azione politica svolta da Dellai negli ultimi anni. Non credo che l’ex governatore pensi di dover riprendere lui il timone della barca, rinunciando al seggio parlamentare (in fondo basta una legge provinciale che riduca a 9 mesi il termine minimo di interruzione o cancelli il limite delle due legislature per poter ricandidare). Sarebbe l’ammissione di una sconfitta, per lui e per tutti i suoi più stretti collaboratori della giunta provinciale. Si abbia fiducia nel popolo delle primarie e nella lealtà dei candidati che scenderanno in campo. La condivisione del percorso democratico fin qui intrapreso è la miglior garanzia del fatto che a primarie concluse tutti concorreranno a sostenere chi, fosse anche per pochi voti, riuscirà prescelto dagli elettori. Primarie larghe quindi, a cui è bene che concorrano tutte le persone che si sono fatte portatrici di programmi che affrontino seriamente il problema dell’emergenza economico - sociale e istituzionale a cui andiamo incontro e che pare di cogliere pienamente nelle elaborazioni programmatiche elaborate nell’ambito del pur variegato mondo del centrosinistra trentino: dalle linee della conferenza programmatica del PD, al rigoroso richiamo alla salvaguardia ambientale degli ecologisti, al documento dei 33 di cui si è fatto portavoce Mario Raffaelli, insieme alle elaborazioni programmatiche degli altri partiti della coalizione, l’UPT e il PATT in primis, non mancano, al di à della carta d’intenti sottoscritta, le convergenze sui problemi concreti che assillano i cittadini. Voci nuove che portino nella competizione delle primarie una ventata di volontà partecipativa sono pure le benvenute. Solo grazie ad un approccio siffatto il buongoverno del Trentino sarà posto al riparo dai pericoli di marginalità istituzionale, oltreché sociale ed economica, che sono all’orizzonte e che, se non affrontati con determinazione, potrebbero portare al commissariamento di fatto di questa “provincia italiana di confine”. La responsabilità maggiore, dopo la scelta molto impegnativa di far esprimere con voto segreto l’assemblea provinciale del partito su di un unico candidato con cui concorrere alle primarie, è ora nelle mani dell’assemblea provinciale del Partito Democratico che si terrà lunedì 3 giugno; un segno di responsabile maturità, con la scelta del candidato che meglio sappia interpretare lo spirito del Partito democratico, sarebbe il miglior viatico per l’avvio del processo di rinnovamento che la comunità autonoma del Trentino richiede. La chiusura in una logica angusta quale quella che fu praticata dai partiti negli anni della prima repubblica non farebbe che aumentare il già preoccupante assenteismo dei cittadini. Vincenzo Calì

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